Lettera di Francesco Barbaro al cardinale Filippo Spinola, Udine, 4 agosto 1593.

Il patriarca di Aquileia Francesco Barbaro testimoniò più di una volta il proprio favore in merito alla fondazione di un collegio gesuitico a Gorizia. Nella lettera qui riportata Barbaro insiste sulla necessità di provvedere la parte austriaca del Patriarcato di buoni sacerdoti.

(…) Alle chiese per il culto et ornato loro si sono date le ordinazioni particolari; et in Goritia poi avendo congregato tutto il clero, si publicarono alcune costitutioni generali circa l’amministratione dei sacramenti et altre cose, che si devono osservare, avendo ordinato che ogni mese si debbano congregare insieme li curati, e conferire li casi di coscienza, e mandarci poi di continuo in scritto le risolutioni, avendo dato questo carico particolare all’archidiacono di Goritia con ordine che non debba lasciar questa essecutione a patto alcuno intermessa, essendo lui anco instituito vicario foraneo et essecutore delli ordini dati, li quali in questo principio ho voluto che siano pochi, ma quelli di maggior necessità, convenendo pensare che bisogna quasi fondar ogni cosa di nuovo in questa vigna, che si può dir essere andata inculta già tanto tempo.
Ma sopra ogni cosa vado pensando alla provisione di buoni sacerdoti, delli quali non ne essendo in questo paese, che con la lingua dei popoli si possa erudire nella dottrina christiana, non saprei che altro dire, se non che, essendo il bisogno così grande, è necessario pensare di farne e di educarne di nuovi per provedere a tanti inconvenienti: non volendo restar di dire aver trovato che anco qualche diacono si sia intromesso nell’udire le confessioni publicamente nelle chiese parocchiali. Io veggo che quasi di tutte le lingue sono stati eretti coleggi, che hanno sotto la cura dei padri giesuiti fatto, e specialmente in Germania, mirabilissimi effetti. Della lingua schiava non ne fu fondato mai alcuno, che per parer mio sarebbe ottimamente in Goritia, non solo per l’eruditione dei sacerdoti e del popolo, ma per far fronte agl’heretici et evitare che questa peste così contaggiosa non passi con pericolo di tutta Italia più oltre; poiché, se io non m’inganno, convengo credere che il contado di Goritia debba esser assolutamente il propugnacolo, non solo contro li heretici, ma contro l’armi de’ Turchi ancora, e che, questo perduto, le cose d’Italia, senza dubio, restano sottoposte a forse inevitabili danni, per non dire a total rovina. (…)

Lettera conservata in  Biblioteca Comunale di Udine, Fondo Manin, ms. 1314, cc. 103r-105v. Già pubblicata in Giuseppe Trebbi, Alle origini dell’arcidiocesi di Gorizia: il dibattito ai tempi di Francesco Barbaro, in L’arcidiocesi di Gorizia dall’istituzione alla fine dell’Impero asburgico (1751-1918), pp. 3-25: 23.